Le guide / Per tutti
Guida · Per tutti
Metodo e fantasia: come si risolve un problema
Prima si capisce, poi si inventa. Il metodo per non risolvere il problema sbagliato, e qualche trucco per uscire dagli schemi.
Ci sono due modi classici di sbagliare davanti a un problema. Il primo è risolvere in fretta e bene il problema sbagliato. Il secondo è girare in tondo sempre sulle stesse tre soluzioni, nessuna delle quali funziona.
Al primo si risponde con il metodo, al secondo con la fantasia. Il trucco è usarli nell’ordine giusto: prima si capisce, poi si inventa, poi si torna al metodo per scegliere. Chi fa progetti lo fa ogni giorno, ma funziona allo stesso modo per un’auto che non parte, un gruppo di amici che non riesce mai a vedersi, una mattina che finisce sempre in ritardo.
Prima si capisce
L’approccio scientifico alla risoluzione dei problemi non ha niente di accademico. È una sequenza di domande, da fare con calma, nell’ordine.
- C’è davvero un problema? Spesso vediamo un sintomo («usciamo sempre in ritardo») e lo scambiamo per il problema. Il sintomo dice dove guardare, non che cosa sistemare.
- Qual è, in una frase? Chi, che cosa, quando, quanto. «Tre mattine su cinque usciamo dopo le 8:10 e i bambini entrano in ritardo» è un problema definito. Una buona definizione fa già metà del lavoro.
- Di che pezzi è fatto? Un problema grande si scompone in problemi piccoli: la colazione, il bagno, lo zaino da preparare, chi accompagna chi. Spesso uno solo dei pezzi pesa più di tutti gli altri.
- Che cosa potrebbe causarlo? Formula delle ipotesi, più di una. «Lo zaino si prepara la mattina», «il bagno è uno per quattro».
- Come lo verifico? Un test piccolo, per un tempo breve. Per una settimana lo zaino si prepara la sera prima: che cosa cambia?
- Quale soluzione scelgo? Quella che risolve di più con meno sforzo, non la più brillante.
- Funziona davvero? La si applica e si osserva. Se non funziona, si torna al punto 4 con un’informazione in più.
Sembra lento. In realtà è il modo più veloce, perché evita di risolvere tre volte il problema sbagliato.
Poi si inventa
Quando le soluzioni ovvie non bastano, serve aprire il campo. Nei progetti creativi questa fase si chiama divergente: per un po’ si cercano tante idee, non quella giusta. Le regole sono poche e valgono anche intorno a un tavolo di cucina.
- Non giudicare le proposte, né quelle degli altri né le tue. Il giudizio arriva dopo.
- Accetta il rischio di dire una sciocchezza. Molte buone idee nascono da una cattiva idea detta ad alta voce.
- Combina e integra. Metà di un’idea più metà di un’altra spesso fa una soluzione intera.
- Quando ci si blocca, si fa una pausa. E si mangia qualcosa. Funziona.
Il pensiero laterale
Edward de Bono, che ha coniato l’espressione nel 1967, lo descriveva così: il pensiero logico scava più a fondo la stessa buca, quello laterale prova a scavarne una altrove. Qualche modo per spostarsi di lato:
- Ribalta il problema. Invece di «come arriviamo puntuali?», chiediti «come potremmo arrivare in ritardo tutti i giorni, con certezza?». La lista che ne esce è la mappa di ciò che va tolto.
- Provoca. Fai un’affermazione volutamente assurda («e se la scuola venisse a prenderci?») e chiediti che cosa contiene di utile. Magari un passaggio condiviso con i vicini.
- Cambia occhi. Come lo risolverebbe un bambino? Un cuoco? Qualcuno con metà del budget, o il doppio del tempo?
- Pesca una parola a caso da un libro e cerca un collegamento con il problema. Sembra un gioco, ed è proprio per questo che sblocca.
La storia dei Post-it è l’esempio più citato, e per una buona ragione. Nel 1968 Spencer Silver, chimico della 3M, ottiene per errore un adesivo debole: attacca, ma si stacca. Per anni nessuno sa che farsene. Finché il collega Art Fry, stufo dei segnalibri che gli cadevano dal libro dei canti del coro, non pensa di usarlo lì. Non serviva un adesivo migliore: serviva un problema diverso.
Poi si sceglie
Dopo aver aperto, si chiude: è la fase convergente. Si mettono le idee in fila, si scelgono due o tre criteri (quanto costa, quanto tempo richiede, quanto risolve) e si sceglie. Poi si torna al metodo: un test piccolo, si osserva, si corregge.
Metodo e fantasia non sono due caratteri diversi, uno per le persone rigorose e uno per le persone creative. Sono due fasi dello stesso lavoro, e servono entrambe.
Le domande giuste
- Sto guardando il problema o solo il suo sintomo?
- Saprei descriverlo in una frase, con numeri e date?
- Quale dei suoi pezzi pesa di più?
- Quante soluzioni ho scartato prima ancora di dirle ad alta voce?
- Qual è il test più piccolo che posso fare questa settimana?
Nel libro
Non è importante avere le risposte, ma sapersi fare le domande giuste. Raccogli gli elementi. Analizza. Reagisci. Disegna un piano. Mettilo in atto.
Marie, p. 66
Nella Trappola del feedback negativo Marie si trova davanti a un problema senza procedura né manuale, e se la cava con un metodo in cinque verbi. In Final Presentation il team di Eve parte dagli insight e apre la fase divergente con le stesse regole che trovi qui sopra, compresa quella della pausa e del cibo.
Il metodo in cinque verbi Insight e brainstorming Sapersi fare le domande giuste Caso 04 · Final Presentation
Altre guide
Per tutti
Risolvere problemi mantenendo il buonumore
Dieci cose che ho imparato nel mio viaggio tra le «opportunità», come PM, manager e consulente.
Per tutti
La vita è un progetto (anche il budget di casa)
Un trasloco, un viaggio, una cena per venti, i conti di fine mese: cosa prendere in prestito dal mestiere del project manager.
Per tutti
Perché rimandiamo (e come smettere)
Non è pigrizia: quasi sempre è paura, perfezionismo o un compito troppo grande. Come rimpicciolirlo e cominciare.